Capìtulo 4_ di (naturale) violenza

Scoppia un temporale, normale.

Sono le quattro (4) del pomeriggio e la pioggia arriva con una puntualità inusuale per i brasiliani.

La pioggia è violenta. Ti fa male, rinunci anche a ripararti, l’ombrello è un accessorio inutile e fuori moda.

Meglio portare le hawaianas. E’ solo l’inizio dell’autunno e la mattina picchiano ancora i 30 gradi.

La pioggia non lava la città,la sporca.Ed ecco le formiche.

Laboriose. Formiche che raccolgono gli ultimi sorsi di cachaça da 2 (due) reais, la coperta lisa e sporca,

il cartone, quello che un tempo era un materasso, la vita.

o quello che ne rimane.

E cominciano a camminare, veloci, non a correre a camminare.

Non si lotta contro la pioggia.

In un attimo spariscono,gli abitanti della strada.

Tutto il giorno, tutti i giorni si gioca a evitarli.

e poi arriva la pioggia che sporca la città

che tira via la spazzatura che fa esplodere le fogne che fa esondare i fiumi.

Vanno via, sfrattati da un’inquilina più chiassosa e più forte di loro.

E per un paio di ore la violenza quotidiana di Sao Paulo si ferma.

La violenza che non picchia e non lascia lividi, somministra ogni giorno la dose quotidiana di orrore

e in poco tempo ti ritrovi a navigare nell’insensibilità.

A Sao Paulo di giorno si cammina veloci per sorpassare il resto del mondo.Nella paura del ritardo.

Nell’angoscia di essere sconfitti dalla metro troppo piena o dal treno che passa troppo veloce.

A Sao Paulo di notte si cammina veloci per paura del buio, della strada di perdere la propria identità.

Sequestrata con il cellulare e qualche centinaio di reais.

A Sao Paulo quando piove si cammina lenti. Inutile correre ci si bagna solo di più.

Ci si può riparare sotto la tettoia di un portone e aspettare che passi. Osservare un bambino giocare

come se ci fosse il sole.

Guardarlo intensamente mentre riproduce la sua quotidiana violenza nei giochi con gli amici.

E’ la pioggia. Che ti costringe a fermarti e a osservare. Più violenta dell’uomo ti fa assistere allo spettacolo della povertà umana.

E se ti sei allenato per un mese a non vedere se non oltre la strada che ti porta a lavoro,

per mezz’ora raccogli i tuoi pensieri, le tue miserie e il tuo egoismo, li riordini e li riponi nel cassetto della tua esperienza.

Aspettando un’altra mezz’ora che forse, puntuale come la pioggia, arriverà.

 

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