DÍA 85 – odissee

sono a casa.

l’affermazione sembra banale, ma banale in verità non è. diciamo che ci ho messo un po’ più del previsto a tornare a casa.

presente Bergamo e la neve? ecco.

Io ero uscito di casa alle 16 di lunedì per prendere un’aero all’aeroporto di Barajas delle 18.20. La notte aveva nevicato, c’era freddo, le stelle erano orientate male ed i pianeti erano allineati coi coglioni di Gesù, per cui l’aeoporto di arrivo -quel ridente posto chiamato Bergamo- era chiuso e bloccato dalla neve.

Noi viaggiatori eravamo fiduciosi, per un po’. Non ci siamo lasciati intimorire dalle file di gente che aveva aerei cancellati e cercava di ottenere un altro posto su un altro aereo, dai soliti italiani che vanno in panico per la più minima stronzata, dalla faccia sperduta e persa nel vuoto delle signorine Ryanair.

Ad un certo punto però era chiaro che non saremmo partiti. Tipo perché ci avevano chiamato dall’italia e ci avevano detto che tutti gli areoporti sopra la Linea Gotica erano chiusi. Tipo. Però una deviazione a Palemmo a mangiare pane e panelle io l’avrei apprezzata.

Il certo punto in questione erano le 9 di sera. Ora, se Ryanair fosse una compagnia con un certo stile, ci avrebbe detto “oh, c’è neve, non si parte”, e pace. Invece han voluto cercare di salvare capra e cavoli, rimandando l’orario di partenza di 10 minuti in 10 minuti, finché alle 10.30 si sono arresi all’evidenza e ci hanno mandato a fare la fila allo sportello per avere altri biglietti.

Insomma, il mio secondo biglietto me l’han dato che erano le 11 passate, l’aereo partiva alle 6 e quindi la cosa più comoda era fermarsi a dormire lì. Tanto in queste occasioni si fa sempre un sacco di conoscenze e di amicizie. In particolare il bar dell’aeoporto aveva prezzi praticamente da estorsione mafiosa e non riteneva necessario modificare il normale svolgimento delle sue funzioni per gestire il fatto che qualche centinaio di persone avesse voglia di cenare quella sera. Insomma, poco cibo, per lo più carne, e caro come i miei reni.

In compenso io avevo una bottiglia di patcharan, buonissimo liquore vasco, comprato al DutyFree per portarlo in Italia e offrirlo agli amici. Una bottiglia di liquore che -in quanto liquido- non poteva pasasre nuovamente i controlli di sicurezza la mattina dopo. Per cui ho ritenuto necessaria fare amicizia con gli altri passeggeri, e scolarcela tutta – per un checkin alcolico.

Insomma, vorrei cogliere l’occasione per salutare il Sardo Indipendentista NoGlobal Ferito e la Quasi-Milanese Animalista Vegan Monorasta, nonché tutti gli altri compagni e compagne che mi hanno accompagnato per il resto della storia.

La mattina checkin, imbarco, salita sull’aereo, presa dei posti, togliemento delle scarpe, no non lo voglio il giornalino, uno s’addormenta, l’altra va in panico (mio dio, ma è un aereo!), posizionamento sulla pista e…. cilecca.

Gli è venuto moscio all’aereo. Cioè, Bergamo è chiusa perché nevica. Grazie, lo sapevo già. Torniamo al terminal e scendiamo. Potevate farla tipo un pelino prima, una telefonata a Bergamo. Incapaci. Almeno qualcuno ha dormito un’ora sull’aereo fermo.

Così ricomincia un brutto dejavù, la seconda edizione di un film che faceva noia già la prima volta, prendi i bagagli e vai a fare la fila per avere il tuo terzo biglietto. Ma dato che erano circa 2 giorni che non partivano aerei, e che Ryanair comunque stile non ne ha, ci siamo ritrovati a fare una fila di circa 4 ore,  con una sola impiegata a dividerci tra i vari voli. 4 ore in fila con degli italiani, praticamente una forma di tortura seconda la Convenzione di Ginevra.

Il male. La morte. La sofferenza. Per favore, lasciatemi qui. Qualcuno ha deciso di passare le vacanze a Madrid invece di partire. Davvero, non scherzo. E non era uno solo.

In tutto ciò io avevo comprato un’altra bottiglia di patcharan.

Insomma, nuovo volo, nuovo giro, nuova corsa, il giorno dopo (e siamo al 23) alla stessa ora, 6 del mattino. Torna a casa, dormi, lavati, computer, mangia, dormi, mangia, esci a salutare gli amici di viaggio (che ormai), riprendi la metro, torna in aeroporto, aspetta le 4, fai il checkin, imbarcati, NON comprare altre bottiglie di patcharan che evidentemente porta sfiga (per la cronaca, la seconda è rimasta a casa a Madrid), e prega Gesù.

Il resto del viaggio, dall’istante in cui l’aereo si stacca da terra, è sembrato tranquillo. Non che non sia successo nulla: tipo che a Bergamo i treni non viaggiavano. Che è quello che vorresti che succedesse dopo che hai passato due giorni in un aeroporto. Tra l’altro Bergamo -per dimostrare anche ai viaggiatori occasionali che comunque loro sono antipatici e non ti vogliono, fottuto straniero, nella loro città- non c’è una sala d’attesa o più semplicemente un posto per sedersi comodi ad aspettare. No. Troppa fatica. Io mi sono buttato per terra in un angolo ovviamente. Speravo che qualcuno mi venisse a dire che tipo non si poteva, per sfogargli contro la pressione accumulata in 2 giorni di coda. Per fortuna per la città di Bergamo, non è successo.

Per non parlare dell’autista bergamasco dell’autobus aeroporto-stazione, che si divideva il suo tempo a lamentarsi del suo lavoro e ad arrabbiarsi coi viaggiatori. Che cazzo prendete il mio autobus? eh?

Insomma, il 23 dicembre pranzavo dalla mamma. Circa 45 ore di viaggio, in sostanza.

Ah, se non v’è chiaro, non vi ho portato il patcharan. Se volete provarlo, venite a trovarmi a Madrid. Perché sappiate che io non comprerò MAI più del patcharan al Duty Free (tra l’altro, le due volte che l’ho comprato -a 12 ore di distanza l’una dall’altra- c’era incredibilmente la stessa commessa. mi piacerebbe tanto tanto sapere che ha pensato).

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