DÍA 45 – ancora sul caffè

(faccio più cose di quante ne riesca a scrivere. buon per me, male per voi. vedete anche voi di fare più cose di quante ne riusciate a leggere. comunque sono stato anche a vedere questa cosa qui. ci dividiamo un po’ i compiti per casa.)

Sabato siamo tornati ad arrampicare a La Pedriza. Il tempo la mattina era bruttino, le previsioni davano il 40% di pioggia, la sveglia non mi è suonata e sono arrivato in ritardo all’appuntamento. Insomma, c’erano tutte le premesse per un grande fracaso.

Invece poi è uscito il sole, la giornata si è riscaldata, siamo arrivati presto e abbiamo iniziato ad arrampicare presto, dopo un po’ ho capito come si salgono le placche, le mie ginocchia non sono più viola, praticamente le uso solo per fare le soste, fino al quinto grado si sale praticamente di corsa, e -udite udite- ho fatto una via da primo. Vabbé, era un quarto, ma come mi hanno insegnato, bisogna imparare a fare anche questo.

Tra gli strani personaggi che girano per le montagne, è arrivato un vecchino in tuta attillata con un cagnino bianco riccioluto e bassino, si è messo le scarpe (l’uomo, non il cane), s’è legato il cane alla schiena con un guinzaglio elastico che lo legava alla vita (del cane, non dell’uomo), e si è incamminato su una placca senza corda né magnesite, col cagnino che arrancava impotente alle sue spalle. Per un po’ il botolino gli è stato dietro, poi non ce l’ha fatta più, e nonostante i richiami e le incitazioni del padrone, ha allargato le zampe, s’è spaparanzato di pancia e si è lasciato trascinare su per la montagna dal vecchietto. Molto simpatica, come scena. Forse un po’ meno per il cagnino.

Alla fine della giornata, ci siamo fermati un pochino al bar che c’è nella valle, per prendere un caffé una birra e un po’ di riposo, ed ho assistito ad una delle scene peggiori capitatemi in un bar dall’arrivo in spagna.

Al bar chiedo -come sempre- un caffé solo. Il tipo, un po’ distratto, mi presenta il solito bicchiere di vetro, con una quantità di caffé incredibilmente corretta, cioé più o meno la quantità di una tazzina normale. Un piccolo momento di gioia, finché il tipo alza la caraffa del latte e cerca di versarne dentro il bicchiere, prima che io lo fermassi al grido di “solo, solo!”. Ma il peggio doveva ancora venire.

Spinto da chissà quale assurdo attaccamento al lavoro, il tipo mi sfila da davanti gli occhi il bicchiere col caffé tanto agognato, mi volta le spalle e si avvicina alla macchina del caffé. Un timore fa breccia nella mia immaginazione, che diventa sempre più una seria preoccupazione, al che cerco di fermarlo, qualunque cosa stesse per fare col mio caffé, cercando di spiegargli che tio, andava bene così, no davvero, mi piace così il caffé, per favore, lascia stare, per una volta nella tua vita -pur non sapendolo- hai fatto un caffé che probabilmente è buono, ti prego non rovinare questo momento magico per una tua stupida dedizione a qualche tradizione caffettaria locale. Emancipati.

No no no, lui non ne voleva sapere, proprio no, di lasciarmi tra le mani quell’aborto di caffé, quel caffé riuscito a metà, quell’offesa al suo onore di barista di montagna. Voleva servirmi come si deve. Così ha compiuto il delitto, ha rimesso il caffé sotto l’ugello, ha ripremuto il tastino per far uscire l’acqua calda, ovviamente con lo stesso filtro del caffé, ha raddoppiato la quantità di liquido presente nel bicchiere, e con un aria soddisfatta di chi suda e fatica duramente il suo lavoro ma alla fine la sera torna a casa contento perché ha compiuto il suo dovere di bravo ed onesto cittadino, preciso ingranaggio integrato nella enorme macchina regolata da rigidi codici morali civili penali e in ultima istanza culinari, deviare dai quali costituisce non solo un pericoloso rischio per la sopravvivenza della società tutta, ma semplicemente un assurdo impensabile come è impensabile che un giorno gli ingranaggi di un orologio decinano di smettere di girare nel verso che gli è stato assegnato ma cambino improvvisamente e senza nessuna finalità particolare non solo verso, ma perfino direzione e piano di rotazione, e si mettano a vagare in giro, dal momento che lo scopo degli ingranaggi altro non è se girare nel verso a loro assegnato dall’orologiaio.

Insomma, il caffé era annaquato, costava 1.20€ in virtù del fatto che non c’erano altre forme di civiltà in un raggio di 10km, non era per nulla buono e si, un po’ ho esagerato, ma davvero è stato un breve intenso shock culturale, per me.

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