DAY 24 – cyberpunk’s not dead

Tornare a New York dopo dieci anni da quell’estate del 2009 è stato spiazzante, in senso buono. Innanzitutto l’aeroporto, inaugurato un paio di anni fa, è un capolavoro di architettura italiana nel nuovo mondo: il Giuliani International Gateway Airport (GIGA, nickname più che appropriato per una cosa di queste dimensioni) è un gioiello complicato ma elegante, enorme, di carbonio e plexiglass che sorge sull’estremità meridionale di Staten Island. Il progetto è di un mio compagno di scuola, famoso per aver progettato anchei il nuovo stadio di Valencia. A vederlo dal dirigibile sembra un orologio smontato, con terrazze, ingranaggi, colonne e torri apparentemente solo estetiche che poi scopri essere parte del sistema di manutenzione dei dirigibili. Non so se avete mai preso un volo transoceanico della Delta: stesso trattamento che riservavano con gli aerei. Minimo indispensabile del servizio ad un prezzo più che accettabile. In volo ho fatto amicizia con un ragazzo di napoli he ha studiato ingegneria al Politecnico di Milano. Voleva restare li per il PhD ma ha avuto problemi a rinnovare il visto ed era più facile andare all’estero. Dice che non ha voglia di passare tre mesi della sua vita ad imparare il dialetto e preferisce venire in America a cercare fortuna in qualche compagnia di cybernetica se non viene preso al dottorato alla School of Engineering and Applied Science della Columbia. Mi dice il nome del suo contatto, una professoressa italiana. Io sorrido e faccio finta di non conoscerla. Piccolo il mondo.

Quando il treno ha attraversato lo Staten Bridge ho avuto un tuffo al cuore: a sinistra la Statua della Libertà, a destra il Ponte di Brooklyn e di fronte a me la skyline inconfondibile di Manhattan con il nuovo One World Trade Center completato l’anno scorso. Uno non si rende veramente conto di come l’era cyberpunk sia finalmente arrivata sinchè non arriva negli Stati Uniti. Se dieci anni fa rimanevo colpito nel vedere ragazze e ragazzi tatuati ovunque (ma anche persone grandi, punk cresciutelli et similia) ora rimango colpito dall’ostentazione delle protesi cromate, spesso più che pacchiane e dalla bioscultura. Una ragazza-gatto di fronte a me mi scruta un po’ inquietantemente, poi mi rendo conto che è solo connessa alla rete ed il suo sguardo è solo perso nel vuoto.

Cambio a Witehall e prendo la linea 1 espressa (ai miei tempi mi avrebbe fatto veramente comodo) ed in otto minuti sono a Columbia Heights. Avevo sentito che il quartiere aveva cambiato nome, dopo che l’università ha letteralmente comprato tutti i palazzi tra la 110 west e la 125. “Comprato” non rende bene la serie di minacce e ricatti ed altre nefandezze perpetrate alla luce del sole per creare la nuova cittadella. Per la prima settimana sono ospite all’Obama College che sorge sulla Amsterdam Avenue tra la 124 e la 125 dove una volta c’erano i palazzoni popolari del Project. Prima di andare al college a lasciare le borse passo ai Pupin Labs per avvertire del mio arrivo ed ho un’altra sorpresa: guardie armate ad ogni incrocio, nei loro casotti bunker. E con armate intendo carabina .50 HEIAPto shut down those fucking chromed negros that won’t stop showing their asses around here, Sir“. Ho letto che da tre quattro anni NY sta affrontando un’ondata di cromati in cyberpsicosi da paura: questi ragazzi di Harlem, Bronx e Queens svendono i loro arti ed organi buoni ai ragazzi ricchi che non hanno voglia o tempo di farsi crescere due muscoli in palestra e sostituiscono i loro originali con parti cromate, spesso provenienti da Hong Kong e Singapore. Il giro d’affari è enorme e dietro c’è gente veramente poco raccomandabile. Il problema con questi ragazzi è che dopo un po’ smettono di percepirsi come umani e vanno fuori di testa. L’unico modo per fermarli è farli a pezzi. L’aggettivo “cromato” deriva dal fatto che è di moda aggiungere coperture cromate alle protesi con un effetto un po’ mostro di Frankenstein se uno non è molto abituato.

Nella scena Punk c’è anche chi lo fa per motivi puramente estetici, conservando gli arti originali in banche specializzate. Va molto di moda in Germania, dove, non mi stupisce proprio, c’è una branca di pornografia specializzata in scene di ragazze cromate che si smontano letteralmente mentre scopano: chrophi. Suona come il un rospo che ha digerito male.

Al dipartimento mi accreditano in un attimo e posso andare al college per lasciare la mia roba. Faccio una rapida doccia e chiamo in Italia per avvertire del mio arrivo, dopodichè mi cambio e vado verso Times Square per mangiare qualcosa. Con mia sorpresa Times Square non è cambiata affatto. Probabilmente è così già dagli anni sessanta: luci, gente, caos, giorno permanente. Magari cambiano i brand sui maxischermi e c’è un uso maggiore di proiettori laser ma per il resto è tutto uguale. Blade Runner aveva visto lungo. Non il remake del cazzo che hanno fatto dopo la morte di Ridley Scott, parlo del film con Harrison Ford. Sì, Harrison Ford l’ex presidente degli Stati Uniti, quando era giovane.

Mentre sono seduto aspettando il mio seitan bbq ripenso a quando sono venuto qui per la prima volta, a com’ero buffo, un po’ spaesato e con tanti traumi non superati. Alla fine posso dire che l’esperienza newyorkese è stata importante, mi ha fatto capire molte cose su ciò che sono e ciò che voglio e tornarci ora dopo tanti anni beh, ha un senso completamente diverso.

Finisco presto di cenare e mancano ancora tre ore all’ora X. Mi infilo all’Empire sulla 42^ (tanto per precisare che a Times Square non cambia mai niente) e guardo un film con un pessimo 3D ed una trama assolutamente inconsistente. Una di quelle robe psichedeliche che vanno adesso tra i ragazzini simp. Sono odiosi, positivi e contenti verso tutto. Sembrano bambini giapponesi dei cartoni di quando eravamo piccoli negli anni ottanta, ed anche il modo in cui si vestono non è tanto diverso. Ho letto da qualche parte che in molte città stanno prendendo un sacco di schiaffi da booster e cyberpunks per il loro atteggiamento fuori dal mondo. In messico vengono uccisi per strada come attentatori alla virilità nazionale. In Italia non so, è un po’ che mi disinteresso. Spero solo che quest’anno passi in fretta e che finisca il mandato presidenziale di Berlusconi, così finalmente ce lo leviamo dai coglioni.

È quasi ora. Prendo un taxi sulla 7av con un fischio, come mi ha insegnato Blake, e mi faccio portare al JFK dove l’aereo dal Giappone dovrebbe atterrare tra mezz’ora. È la prima volta che ci troviamo a New York insieme, è successo quasi per caso: dopo anni che non ci sentivamo mi ha trovato lei su internet, ci siamo messi a parlare e… buh. Ho preso dei biglietti per lo spettacolo di un allievo di Carlin, penso le piacerà. Ho un certo senso di dejavù. Spero stavolta vada meglio.

sushi e coca in questa città cyberpunk.

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About Nevermore

vedi New York e poi muori

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