DAY 14 – È una questione di qualità o “ehy, che fine ha fatto il 13?”

Domenica (DAY 13) sono stato a casa, tutto il giorno. Ho guardato il soffitto, pensato alla vita (non a cosa fare nella/della mia vita: ho pensato solo alla vita) e non ho messo il naso fuori di casa neanche per cinque minuti. Sapete, quando uno è in vacanza si fa prendere dalla smania di divertirsi per forza, pensa cose tipo “ah, sto pagando per essere qui! Devo investire il mio denaro meglio! Divertirmi di più, per forza, ancora…” e dopo poco si esaurisce tipo orsetto non-duracell.

Io stavo rischiando di cadere in un vortice simile, preso dall’angoscia di dover per forza fare qualcosa, poi mi sono ricordato che mi pagano per stare qui e che posso tranquillamente prendermi una giornata di relax quando mi serve. E mi serviva. E consiglio a tutti voi di fare una pausa, spegnere amici, luci, telefono e computer e ricordarvi un secondo chi siete, dove volete arrivare e se per caso non avete sbagliato strada un paio d’anni fa. Ricordate che non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice. [cit.]

Oggi è lunedì, sono due settimane che sono arrivato a New York e di tutta l’angoscia che avevo addosso non è rimasto praticamente niente. Se penso al taxista bifolco che ha provato a terrorizzarmi in ogni modo quando sono arrivato ed Harlem ed a come mi sentissi intimorito a mettere il naso fuori di casa mi viene da ridere. Veramente, superare le proprie paure è una cosa fantastica, ti fa sentire più forte.

Ah, sto timidamente prendendo confidenza con l’accento newyorkese. Ah si, perché pasare dall’inglese britannico all’inglese americano è un trauma. I primi tre giorni non capivo, mi sentivo istupidito a sentire la gente parlare. Ora me la cavo bene. Biascico le parole come tutti in maniera incomprensibile e nessuno ci fa caso. “Ehyman, wassup?” “Oh, thatsnotbaad wannagoutforluunch?” “Yeah, whyno’? “Kewl”

In origine, mesi e mesi fa, avevo fatto domanda per andare in California. Mi aspettavo un’estate passata tra laboratorio e surf e notti pazze per le strade di San Francisco. Una figata incredibile. Poi mi è arrivata una mail che mi ha proposto di andare a New York, invece, ed ho accettato senza pensarci, una sorta di  balzo della fede di Indiana Jones. Io a New York volevo venirci da tempo, e c’ero quasi riuscito: c’erano già programmi in cantiere e poi la vita ha preso un’altra piega e pace. Non ci pensavo neanche più. Questa è una delle mie riflessioni: la vita ogni tanto prende pieghe inaspettate e ti delude e ti spiazza e ti ferisce e la cosa migliore che mi riesca a fare è stringere le labbra (simbolicamente) e tirare dritto con l’atteggiamento del “ok, dimostriamo che posso sopravvivere a tutto“. Che poi è non è neanche tanto una scelta, è solo un prendere atto di decisioni esterne, però a forza di convincersi che niente è indispensabile e che si può sopravvivere a qualunque privazione a) ci si indurisce troppo e si diventa cinici e  b) si squalificano le persone veramente speciali (o le cose, a seconda dei casi). Occhio quindi, non fatelo a casa.

Stasera sono stato a cena sul tetto di casa di Clemence con alcune sue amiche Clem è una ragazza simpatica, molto alla mano, come chiunque abbia incontrato qui. Abbiamo preso del cibo a domicilio e siamo stati li tra i palazzi di trenta piani ad ascoltare una musica francese curiosa e quando abbiamo finito siamo andati a guardare Brooklyn seduti sulle panchine che danno sull’East River. Erano le 11pm e di colpo mi sono sentito tagliato fuori. È una stronzata perché è solo una questione di fuso orario, però ci sono dei momenti della mia giornata in cui non posso comunicare con i miei amici che sono sì vicini grazie alle tecnologie del nuovo millennio ma anche lontani perché il sole non ci bacia contemporaneamente. Vi sembrerà una stronzata però questo, sono sicuro, mi spingerà col tempo ad adattarmi all’ambiente e fare amicizie un po’ più profonde di quelle che ho ora con persone che vivono vicine e conseguentemente cambiare un poco. Non è una sostituzione, è sopravvivenza. Per un motivo o per un altro da una certa ora del pomeriggio in poi il mondo dall’altra parte dell’atlantico dorme e non può rispondere ai miei richiami. Non vogliatemi male, amici. Vi vu bì e scrivo tenendovi nel cuore :*

C’è una cosa da dire: per quanto persone nuove possano sempre stupirti per la varietà di interessi e passioni e modi di fare che puoi conoscere ci sono delle cose che non possono essere sostituite: tipo un’adolescenza intera passata in comune o eventi tumultuosi e difficili ai quali si è sopravvissuti insieme o un’affinità basata su tante, tantissime sfaccettature della personalità che è difficile ritrovare in qualcun altro. E hai voglia tu a dire “si, ok, ho perso questa persona ma tanto posso trovarne mille così“. I pezzi unici esistono e non sono sostituibili e se ne perdi uno è difficile riuscire a darsi pace. Tipo rompicapo cinese o chiave della tua cassetta di sicurezza.

La cosa migliore che riesco a fare, dicevo, è fare il duro e andare avanti ostentando autosufficienza e sicurezza. Magari vivendo pure sopra le righe, solo per il gusto di non passare inosservato. Tipo sbandierando a tutti quello che si pensa in un blog che ormai vanta centinaia di lettori ogni giorno.

Non so bene cosa mi aspetti il futuro, ma so di sicuro di ciò che non voglio sostituire o rimuovere e che anche se ho sbagliato qualcosa in passato e un sacco di cose potrebbero andare meglio ora come ora non cambierei niente. Al massimo si può fare qualcosa per rendere il futuro un po’ migliore. Tipo non scrivere più post così pesanti =)

:\

:"

Vi direi buonanotte, se non sapessi che alcuni di voi stanno già andando a lavoro.

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About Nevermore

vedi New York e poi muori

5 responses to “DAY 14 – È una questione di qualità o “ehy, che fine ha fatto il 13?””

  1. mucio says :

    A volte succede e di notte è il periodo peggiore, ma almeno tu hai una coinquilina e conosci un po’ di gente con la quale uscire, ti è andata meglio che a me. Tieni duro, fare il duro aiuta, ma per poco.

  2. marbie says :

    amica renna, quella mi sembra Natura morta con picchio, scritto che adoro, e ciò mi fa venir voglia di comprarti un gelato al salmone e wasabi da 5000 lire. e se non lo è va bene lo stesso. nelle prossime 36 ore porterò i tuoi saluti a Pisa, il Belgio e probabilmente Jade :)
    e lovvo il Dondy nell’avatar di chi mi precede.
    eh sì le partenze imminenti rendono gioviale persino me. :p

  3. valeria says :

    un bacio al fuso (orario) per un amico lontavicino.
    non vorrei essere ridondante, ma una persona che a ny passa la serata ad ascoltare gainsbourg con almeno una ragazza carina e simpatica ed arriva ad essere triste e pensieroso è veramente impossibile da capire. anche questo va lost in traslation. ed è giusto così!
    bacimiao

  4. Nat says :

    Cosa mi hai fatto ricordare…vado a farmi un sano pianto…

    P.S. Il 13 porta male, specialmente di là. Specialmente per chi ci crede.

  5. garethjax says :

    Ogni tanto penso anche io la stessa cosa e quello che mi aiuta a tirare avanti è la constatazione che la vita… è un viaggio.
    Ci si perde, ci si ritrova, si passeggia un pò assieme e poi si riparte per altre mete. E poi ci si ritrova ancora, magari più “ricchi di vita”.
    C’e’ una canzone molto bella, ma molto reale, dei jethro tull che si chiama “Life is a long song”…

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