DAY 12 – casa è dove metti in carica il portatile

Immagino che in un modo o nell’altro abbiate tutti sentito questa canzone più di una volta nella vita:

È Tom’s Diner di Suzanne Vega, un pezzo che ha accompagnato la gggiovinezza di tanti ragazzi e bimbi degli anni ottanta che se la sentivano passare in radio. Ve la ricordate, eh? Ricordavatela che mi serve per andare avanti col post.

Negli anni novanta questa canzone è stata usata come test di efficienza per la compressione MPEG-1 Audio Layer 3 per via della sua voce a cappella calda ed armoniosa apparentemente difficile da comprimere senza perdite di qualità notevoli, per questo motivo qualcuno la chiama la Mamma degli MP3. Oh, sono una miniera di informazioni nerd, sottoscrivete il mio RSS, altro che Wired.

Attualmente il pezzo è stato riutilizzato da un qualche rapper senza citazione nei credits, cosa che ispira notevoli flame war sui commenti di youtube tra tredicenni che accusano la Vega di plagio e trenta-quarantenni che gli rispondono con post lunghissimi e civili (“guarda, questa canzone ha tipo 27 anni, non è possibile ti stai sbagliando”) ai quali solitamente seguono due righe di risposta del cazzo (“cazo vuoi nonno”). Adoro i commenti di youtube, sono la cosa più inutile del mondo, il grasso che cola dalla griglia della civiltà. Puoi stare ore a leggerli senza stufarti, e ce ne sono sempre di nuovi! Chissà quanto si sentono soddisfatti quei ragazzi grandi per aver dato una lezione morale a quegli sbarbatelli. Alle volte basta così poco per sentirsi realizzati. Tipo aprire un blog.

Il motivo per cui scrivo di questa canzone è il locale di cui parla: ci sono stato a cena. Mi ci ha portato l’amica californiana-vietnamita di couchsurfing che ho conosciuto giovedì scorso. Era addirittura stupita che non ci fossi ancora andato, come dire “COOOME! Abiti ad un passo da un icona pop americana e non ci sei ancora andato a cena?“. È un casino l’America, ha icone pop nascoste ovunque, anche dove non te l’aspetti. Due giorni prima di andare via qualcuno mi dirà “COOOME! Hai abitato a New York per tanto tempo e non sei mai andato a vedere il museo delle spillette?” con aria sdegnata. Io ci provo ad essere integrato nella cultura pop, ma non fai in tempo a credere di conoscere la tua zona che subito salta fuori qualcosa di nuovo che apparentemente è sempre stato li. “ma, ma questo club dei Gentlemen Esploratori?” “ah, è li da sempre, non ci sei mai stato? Ma come, sei a New York da tanto tempo…

Se qualcuno guardava Seinfeld si ricorderà questo locale, è il locale dove tutti i personaggi vanno di tanto in tanto. È come uno si aspetta un ristorante americano, tipo quelli dei film in cui il protagonista entra parcheggiando chiede un caffè ed un hamburger e si guarda intorno con celata circospezione mentre la gente intorno commenta del fuggiasco braccato dalla polizia. Ecco: tavoli spartani, cameriera gentile, refill dei bicchieri, mostarda e ketchup sul tavolo, panini sostanzioni e frappè da 22 once, che poi sarebbe tipo due terzi di litro. Una figata. Il posto, tra parentesi, è al piano terra del palazzo che ospita il Goddard Institute, un dipartimento della NASA di cui certi miei amici di vecchia data dovrebbero sapere qualcosa =)

Ricordate quello che dicevo riguardo il ferragosto tipico in cui alle sei di sera ancora non sai che fare e sei tutto preso male e senza aspettative e poi torni a casa all’alba con la felpa di qualcun’altro e non ti ricordi come ti sei fatto quella cicatrice e chi diavolo è quella gente che dorme nel mio soggiorno?  Spero il vostro sia andato così, sono i migliori.

Ero uscito con i couchsurfer di uptown per conoscere un po’ di posti in zona casa, giusto per sapere dove andare quando non ho voglia di fare mezza New York in metro ed alla fine non sono neanche stato male: dopo cena siamo passati in una specie di cocktail bar frequentato più che altro da gente anonima (comunque orbitante in area Columbia) ed abbiamo chiacchierato un po’ (c’eravamo io, la couchsurfer, un suo ex ospite russo molto alla mano ma con un sacco di fisime sul cibo e sulle bevande e Clemence, la mia nuova amica francese stilista) e verso le undici ci siamo salutati. Sembrava una serata mediamente pacco, ma comunque accettabile in termini di mera sopravvivenza. Dopo una rapida consultazione il team Italo-Francese si dirige verso il lower east side alla ricerca di Enrico e Blake ed inizia il mio ferragosto.

Vi risparmio la cronaca e vi sorbite soltanto la morale: come ogni anno ero mezzo preso male perché alle sei di sera non sapevo che fare del mio ferragosto, senza aspettative ne altro. Come ogni anno parto con un programma assolutamente secondario e banale e finisco a degenerare gradualmente sino a tornare a casa all’alba contento, soddisfatto e con una nuova collezione di amici. È sorprendente come all’estero si familiarizzi più in fretta, soprattutto tra non locali, proprio come dicevano i miei amici erasmus. Inoltre i newyorkesi sono veramente disponibili. Davvero, stai camminando, qualcuno ti sorride ed inizi a parlarci. E tipicamente non sta cercando di venderti droga o trascinarti in un vicolo. Se lo fai in Italia sei automaticamente un maniaco/una troia.

Tra le cose surreali che ho visto stanotte c’è stato un teatro d’avanguardia per strada (incrocio della 10 st & 2 av) di un gruppo geniale che aveva come palco un camion parcheggiato. Questo manipolo di una decina di persone, serissime, ha messo in scena una cosa tra Silent Hill e Sbirulino, assolutamente geniale. Presto foto su flickr, una vera mera viglia. La settimana prossima vado a rivederli al museo del sesso. Ci vado fondamentalmente per vedere i leoni gay di cui parlano tutti. (Leoni Gay! :°D ho finalmente qualcosa da sbattere in faccia a tutta quella gente che dice che l’omosessualità è contro natura. “quello che fanno i tuoi amici è CONTRO NATURA!” “Billy, Jingo, sbranate quel vecchio stronzoROAAAAAAR <3 )

A fine serata c’erano molti più amici di quanti ne avessi all’inizio. Hanno davvero ragione gli amici erasmus: volente o nolente ti si abbassano le barriere della diffidenza ed in poco diventi amico di tutti. Anche da sobrio. Anzi, spesso è il resto del mondo a venirti a cercare e dirti “ehi, hai un accento simpatico, da dove vieni?” etc. E quasi nessuno vuole abusare di te!

Tra le nuove amicizie degne di nota c’è una coppia di ragazzine ebree americane che ci ha fatto compagnia per tutta la notte. Saremmo andati anche a passeggiare sul ponte di Brooklyn se la bionda non soffrisse di vertigini. Sono cugine, una mora ed una bionda, una della east coast e l’altra californiana, fanno le attrici in qualche serie tv etc… gente che di solito in Italia non incontri. Ti accorgi che nel settore la concorrenza dev’essere spietata perchè sul curriculum mettono tutto. (“Specialità: accento Yiddish Americano, accento standard Americano, accento di Baltimore, combattimento con pugnale, fioretto, sciabola, bastone, danza, andare in moto, pogo stick”. “POGO?” “Just in case…”)

Morale: puoi scappare dove vuoi ma ferragosto ti becca ovunque. Alla fine c’è poco da fare, casa è con te, dove vai a dormire, dove ti affatichi, dove riposi, dove fai ferragosto, dove lasci la tua roba ma soprattutto dove metti in carica il portatile. Che sennò poi gli amici come lo sanno quello che ti succede se non hai il portatile carico? Evviva il XXI secolo.

Per dovere di cronaca: di pomeriggio sono stato a Central Park a leggere. Ho finito un altro libro di Pratchett e ne ho iniziato uno nuovo, mentre prendevo il sole e sorseggiavo the freddo artigianale vicino al Castello Belvedere. L’architettura di New York è allucinante: ci sono edifici fighissimi, assurdi, e spesso sono qui dal settecento, seicento. Cammini in mezzo ai grattacieli e poi ti trovi cattedrali gotiche e palazzi che stordiscono. Non è solo una città di palazzoni alti di acciaio e vetro. È Gotham City.

Central Park è fantastico: oltre ad essere un bosco in mezzo alla città è anche vivo e pieno di attività e di gente. E nessuno scrive sulle panchine. E nessuno lascia spazzatura in giro. Ed è l’unico posto a NY dove l’acqua in bottiglia ha un prezzo onesto. Unica cosa: non addormentatevi poco prima del tramonto sul prato. Non c’è bisogno che vi dica il perché.

Paura, eh?

sembra il ristorante del primo silent hill.

goddard.nasa.gov abita al piano di sopra :)

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About Nevermore

vedi New York e poi muori

5 responses to “DAY 12 – casa è dove metti in carica il portatile”

  1. marbie says :

    giuro che al posto di Castello Belvedere avevo letto Cate Blanchett

  2. jacopo says :

    pensavo di essere uno dei pochi stronzi a sapere delle velleità tecnologiche della bella canzone si suzanne vega!

  3. Nevermore says :

    stamattina ho postato per sbaglio una bozza di questo articolo, spero che non troppa gente l’abbia letta :)

  4. Nevermore says :

    tra parentesi Ja, io associo questa canzone a qualche nostra estate insieme da bambini.

  5. Francesco says :

    Il castello belvedere è fighissimo… però attenzione perchè la statua dell’inquietante cavaliere con due spade di central park, la notte si anima.

    Questo blog è sempre interessante.

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